- 29 apr
Aspettative, figli e tutto quello che impari quando la vita cambia i piani
- Giorgia Chiarello
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Oggi mi sono ritrovata a riflettere su quante aspettative ci costruiamo nella vita.
Quanti castelli, anche belli, anche pieni di sogni… che poi però, a un certo punto, si sciolgono come neve al sole.
È domenica.
Sto portando mio figlio Pietro alla partita del Vicenza.
In realtà sono già stati promossi, quindi il risultato conta fino a un certo punto. Ma noi andiamo lo stesso.
Allego sempre una foto cosi non mi dite che dico bugie.
E sapete perché?
Per vedere quella luce nei suoi occhi.
Quella luce di chi ama davvero qualcosa. In questo caso, una palla che rotola.
E mentre lo guardo, penso a me. A quando ero incinta.
A tutte le volte in cui fantasticavo. “Chissà chi c’è dentro la mia pancia…”
Ero sicura. Anzi, no: ero sicurissima. Entrambe le volte. (Direi quasi recidiva.)
Per me sarebbero state femmine. Non so perché, ma nella mia testa era così.
Forse perché sono cresciuta con una mamma che amava la moda, i colori, gli abbinamenti.
E quella cosa lì, quella cura, quella bellezza… me la porto addosso ancora oggi.
E quindi immaginavo.
Le trecce.
I vestitini.
Le gonne da abbinare.
Poi la vita ha fatto, come spesso fa, di testa sua.
E mi ha regalato due maschietti.
E io mi sono ritrovata catapultata in un mondo che conoscevo solo in parte.
Un mondo fatto di autenticità, di velocità, di energia diversa.
E no, non è per sminuire. Anzi.
È proprio per dire il contrario.
Perché piano piano sto scoprendo delle qualità che non avevo mai considerato davvero.
E, soprattutto, sto scoprendo parti di me che non conoscevo.
E allora oggi, guardando quegli occhi azzurri pieni di sogni, mi sono chiesta:
ma quante delle mie aspettative erano semplicemente… sbagliate?
Mi ero costruita una storia.
E la vita me ne ha data un’altra.
Ma non una storia “in meno”. Una storia diversa. E forse anche più grande.
Perché i figli fanno questo. Ti stravolgono. Ti cambiano dentro.
Se glielo permetti, ti rendono una persona migliore.
Ma non è sempre facile. Per niente.
In una stessa giornata puoi passare dalla felicità pura, quella che quasi tocchi, all’ansia, quella sottile, che ti fa chiedere: “Sto facendo bene? Sto facendo abbastanza?”
E non è solo una sensazione.
Il nostro sistema nervoso, quando si trova davanti a qualcosa di nuovo e imprevedibile, cerca di controllare, di prevedere, di organizzare tutto per sentirsi più al sicuro.
Poi arriva la rabbia, perché non ti ascoltano. Perché non è tutto semplice. Perché non è tutto gestibile.
Eppure loro sono lì. Per crescere. Per evolversi.
E forse… anche per far evolvere noi.
Il problema è che oggi viviamo immersi nelle aspettative. Su tutto.
Dal concepimento.
Al sonno.
All’allattamento.
Se non dorme tutta la notte? Problema.
Se non allatti? Etichetta.
Se hai due maschi? “Adesso ci vuole la femmina.”
Se ne hai uno? “Ma lo lasci da solo?”
E così via.
Domande. Pressioni. Standard.
E tutto questo non ci aiuta. Non ci rende più serene. Ci carica solo di più.
In gravidanza tutto cambia per adattarsi: postura, respiro, equilibrio.
Il bambino si muove e si posiziona anche in base allo spazio che trova, agli equilibri del corpo che lo accoglie. E dopo il parto non torniamo subito “come prima”. Perché il corpo ha bisogno di tempo per riequilibrarsi, e anche il sistema nervoso attraversa una fase delicata, fatta di cambiamenti profondi.
A mio avviso, quello che può davvero aiutare non è il sogno perfetto. E nemmeno la paranoia.
È la conoscenza. Quella vera.
Sapere cosa succede al nostro corpo. Capire perché accadono certe cose. Conoscere, davvero, quello che stiamo vivendo.
Perché, ad esempio, già in gravidanza succede qualcosa di incredibile, che spesso diamo per scontato. Il bambino non è semplicemente “dentro” di noi. Non è passivo. Vive in un ambiente dinamico, in continuo dialogo con il corpo della mamma. Un ambiente fatto di movimento, di pressioni, di fluidi, di adattamenti continui. Già dalle prime settimane il suo sistema nervoso inizia a svilupparsi. Non parliamo solo di crescita, ma di organizzazione: il corpo impara, si adatta, risponde. Il bambino si muove, percepisce, si organizza nello spazio che trova. E quello spazio cambia. Perché cambia il corpo della mamma, la postura, il respiro, gli equilibri del bacino.
Tutto è collegato. L’utero non è un contenitore fermo. È un ambiente vivo, che si adatta e si trasforma, con una circolazione che aumenta enormemente per sostenere la crescita. E il bambino cresce lì dentro, adattandosi a quello spazio. Alle pressioni. Ai movimenti. Per questo alcune caratteristiche che vediamo nei neonati non sono “problemi”, ma adattamenti. Risposte intelligenti del corpo a quello che ha vissuto. E lo stesso vale per il sistema nervoso. È plastico, in costruzione. Non ha bisogno di perfezione. Ha bisogno di esperienza. Di tempo. Di possibilità di adattarsi.
Un po’ come succede a noi. Quando capiamo quello che stiamo vivendo, tutto cambia. Fa meno paura. Diventa più gestibile.
Ed è anche per questo che ho scelto l’osteopatia. Perché mi aiuta a leggere il corpo. A capire il “perché”, non solo il “cosa fare”. E oggi è quello che cerco di fare ogni giorno, in studio. Non dare regole rigide, ma strumenti. Non creare paura, ma consapevolezza. Perché ogni bambino ha già una storia. E ogni mamma anche. E il mio lavoro, in fondo, è proprio questo: ascoltarle entrambe.
Storia dopo storia. Paziente dopo paziente.
Forse non possiamo eliminare del tutto le aspettative.
Ma possiamo alleggerirle.
E lasciare un po’ più spazio a quello che arriva davvero.
Perché, alla fine, non è la perfezione che ci fa stare bene.
È la comprensione.
È il sentirci dentro a quello che stiamo vivendo, senza doverlo per forza controllare.
E forse è proprio questo il passaggio più importante: smettere di inseguire un’idea e iniziare ad ascoltare quello che c’è.
Nel corpo.
Nei nostri figli.
In noi.