- 20 mag
Campeggi, bambini e quella libertà che avevamo dimenticato
- Giorgia Chiarello
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Ci sono posti che ti fanno rallentare ancora prima di arrivarci.
Per me il campeggio è stato questo.
O meglio… diciamo che fino a poco tempo fa il campeggio, nella mia testa, era associato più o meno a:
materassini sgonfi, zanzare grandi come elicotteri e bagni condivisi da film horror anni ’90.
Poi però succede che cresci, diventi mamma, inizi a guardare il mondo con occhi diversi e soprattutto inizi a capire che spesso i bambini hanno bisogno di molto meno di quello che pensiamo.
O forse siamo noi adulti ad aver dimenticato cosa significhi sentirsi davvero liberi.
Lo scorso weekend, tra bici, bambini spariti per il campeggio e il mio solito cervello da osteopata che osserva chiunque si muova nel raggio di cinquanta metri, mi sono ritrovata a riflettere proprio su questo.
Sull’autonomia. Sul movimento. Sul lasciare andare.
E anche su quanto, a volte, crescere significhi perdersi un attimo… per capire poi come ritrovare la strada.
Maggio è iniziato con il botto.
O forse no.
Forse è iniziato proprio con il contrario: con un po’ di silenzio, di stacco, di aria diversa.
Che poi ormai, diciamocelo, riuscire davvero a staccare è diventato quasi un lusso.
E infatti noi questo lusso ce lo siamo concessi. Quattro giorni al mare. Ma non il classico weekend al mare con ombrellone e aperitivo al tramonto che già dopo sei ore stai litigando per la sabbia nel letto.
No. Siamo andati in campeggio. Precisamente all’Union Lido.
Spoiler: un campeggio che costa praticamente un rene.
Però vi dirò anche questa cosa importante da mamma che ormai confronta più prezzi di Booking che scontrini del supermercato: inizio stagione e fine stagione sono molto più fattibili (tenetelo a mente!).
E l’idea di scrivere questo blog mi è venuta proprio lì.
Nel mezzo di questo weekend.
Come sempre allego foto così non potete dire che invento le cose.
La verità è che il campeggio, fino a qualche anno fa, non era minimamente nel mio immaginario.
Io sono cresciuta con le vacanze “classiche”.
Casa affittata al mare, valigie enormi, pasta al ragù preparata da mia mamma e ventilatori che facevano più rumore che aria.
Il campeggio no. Mai vissuto davvero.
Poi, grazie ad alcuni cari amici camperisti, abbiamo iniziato a guardarlo con occhi diversi.
E devo dire una cosa: per i bambini è un’esperienza pazzesca. Una specie di mini mondo parallelo.
Una città in miniatura dove loro si sentono grandi. Autonomi. Liberi.
E forse la parola di questo weekend è stata proprio questa: libertà.
La libertà di prendere la bici e sparire per le viette.
La libertà di fermarsi a guardare altri bambini giocare e unirsi senza bisogno di presentazioni ufficiali stile colloquio aziendale.
Perché i bambini fanno ancora questa cosa meravigliosa: si vedono, si piacciono e diventano amici in sette secondi netti. Magari non per tutti è così dall’inizio, ma piano piano ci arrivano ;)
Noi adulti invece ormai prima di rivolgere la parola a qualcuno analizziamo: tono di voce, intenzioni, orientamento politico, segno zodiacale, probabilmente anche il gruppo sanguigno.
Loro no.
“Vuoi giocare?”
Fine.
E forse dovremmo imparare qualcosa anche da questo.
Comunque.
A un certo punto i miei figli si sono persi.
O meglio: loro direbbero che stavano esplorando.
Io, invece, mentre passavano i minuti, ero già entrata nel mood: “Oddio li hanno rapiti.”
Perché funziona così il cervello di una madre.
Tu parti da: “Che bello, stanno diventando autonomi.” E nel giro di quaranta secondi arrivi a: “Probabilmente finiranno in una puntata di Chi l’ha visto.”
Mio marito li aveva mandati dal bungalow verso un’altra zona del campeggio dove io li stavo aspettando. Passano cinque minuti. Poi dieci. E dentro di me parte quel meraviglioso documentario mentale fatto di ansia e scenari apocalittici.
“Ma chi sono io per lasciare due bambini di 6 e 9 anni girare da soli?”
“E se hanno sbagliato strada?”
“E se piangono?”
“E se…”
Poi all’improvviso li vedo arrivare.
Tranquilli. Felici. Pure entusiasti.
“Mamma che figata, ci eravamo persi!”
Scusami? Figata?
Io ero praticamente pronta a denunciare mezzo campeggio e loro avevano vissuto il tutto come un’avventura di Bear Grylls.
E sapete qual è stata la parte più bella?
“Hai presente mamma? Abbiamo chiesto a un signore e ci ha spiegato la strada.”
Ecco. Io questa opzione non l’avevo nemmeno considerata.
Perché noi adulti ormai siamo talmente abituati a controllare tutto da dimenticarci che i bambini, se gliene diamo la possibilità, sviluppano risorse incredibili.
Quel sabato di maggio i miei figli hanno imparato una cosa enorme: che ci si può perdere… e ritrovare la strada chiedendo aiuto. Problem solving puro.
E io invece ho imparato che lasciarli andare un pochino non significa abbandonarli. Significa permettergli di crescere.
Perché è attraverso l’autonomia che i bambini costruiscono sicurezza. Competenza. Fiducia.
E qui arriva la parte in cui il mio cervello da osteopata prende inevitabilmente il sopravvento.
Perché purtroppo io ormai osservo il mondo così. Non riesco più a guardare semplicemente “una scena”. Io guardo i movimenti.
Le posture.
Come corrono.
Come si siedono.
Come appoggiano i piedi.
Sì lo so.
Detta così sembro un serial killer ortopedico.
Ma vi giuro che è involontario.
Secondo me succede anche ai parrucchieri.
Non ditemi che una parrucchiera non guarda automaticamente i capelli delle persone in metropolitana.
Ecco. Io faccio uguale ma con il sistema muscolo-scheletrico.
E proprio osservando i bambini in bici nel campeggio mi è successa una cosa interessante.
C’erano due fratellini. Uno avrà avuto 3 o 4 anni. L’altro 6 o 7.
E mentre prendevano le biciclette per ripartire, ho notato una differenza enorme.
Il più piccolo era agilissimo. Scattante. Fluido.
Il più grande invece era molto più impacciato. Faticava perfino a salire sulla bici e trovare equilibrio nella partenza.
Ovviamente non conosco la storia clinica di questi bambini e sinceramente andare dalla madre chiedendo “Scusi signora ma suo figlio ha gattonato?” mi sembrava un’apertura un po’ aggressiva.
Però la domanda nella mia testa è arrivata subito.
Perché il gattonamento non è semplicemente “una fase carina”. È una tappa neurologica e motoria importantissima.
Quando un bambino gattona succedono cose incredibili.
Attraverso il movimento alternato di braccia e gambe, il cervello inizia a coordinare i due emisferi in modo armonico.
Si sviluppano:
equilibrio
coordinazione
orientamento nello spazio
organizzazione posturale
E non solo.
Il carico su mani e ginocchia aiuta il sistema muscolo-scheletrico a strutturarsi meglio: spalle più stabili, bacino più organizzato, colonna più pronta alla verticalizzazione. In pratica il corpo si prepara a tutto quello che verrà dopo.
Cammino. Corsa. Salti. Bici.
E anche dal punto di vista neurologico il gattonamento è potentissimo.
Aiuta il cervello a organizzare movimento, equilibrio e coordinazione, competenze che poi ritroveremo nella corsa, nella scrittura e perfino nell’attenzione.
Insomma, quando vi diciamo “lasciateli gattonare”, non è perché ci piace vedere ginocchia sporche e body da lavare! I famosi “milestones”, le tappe dello sviluppo, non sono numeretti da manuale da confrontare con il figlio della vicina.
Sono mattoni. Esperienze che il sistema nervoso usa per costruirsi.
E più possibilità di movimento lasciamo ai bambini, più strumenti avranno.
Per questo oggi ancora di più penso che dovremmo lasciare i bambini a terra. Sul tappeto. In giardino.
Sul pavimento.
Lasciarli esplorare. Sperimentare. Cadere anche.
Perché il corpo impara così. Attraverso l’esperienza vera.
E forse anche noi adulti dovremmo ricordarcelo un po’.
Perché questo weekend, in fondo, mi ha insegnato proprio questo: che la libertà non è assenza di paura. È lasciare spazio alla vita anche quando non possiamo controllarla tutta.
E quindi sì.
Considerate l’idea del campeggio con i bambini.
Perché magari tornerete più stanchi, con la sabbia ovunque e una bici da rincorrere ogni tre minuti.
Tuttavia lasciarli andare anche un po’ più lontano… ci farà scoprire che sanno ritrovare la strada anche senza di noi.