- 24 giu
Giugno, i cambiamenti e l’arte di adattarsi
- Giorgia Chiarello
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Giugno è quel mese strano in cui sembra che tutti stiano cambiando pelle.
Finiscono le scuole.
Arrivano i primi caldi.
Le giornate si allungano.
Qualcuno si sposa.
Qualcuno cresce.
E senza accorgertene ti ritrovi a salutare una versione della tua vita per accoglierne un’altra. È successo anche a me. Questo mese ho assistito alla recita di fine scuola materna del mio Pietro.
L’ultima.
Scriverlo mi fa ancora un certo effetto. Perché nella mia testa era nato ieri. E invece eccoci qui.
Fine di un ciclo. Inizio di un altro. Le elementari.
Pensavo sarebbe stato meno impattante. In fondo ci ero già passata con Ettore. Conoscevo il copione. Sapevo cosa aspettarmi.
E invece no. Uno tsunami. Un autentico tsunami emotivo.
Faccio parte di quella categoria di mamme che piangono. Molto.
Piango ai compleanni. Piango alle recite. Piango quando riguardo le foto. Piango praticamente ogni volta che i miei figli raggiungono un traguardo. Perché in qualche modo lo raggiungo anche io.
Ogni compleanno loro è anche un compleanno mio. Un anno in più da mamma. Un anno in più insieme.
E quindi puntualmente mi ritrovo a scorrere fotografie. A ricordare. A tornare indietro. A quei primi giorni che sembravano infiniti e che invece sono passati in un battito di ciglia.
Tra l’altro questa festa di fine materna viene sempre organizzata a inizio giugno. Quindi tu stai già salutando qualcosa che in realtà non è ancora finito. Hai ancora un mese davanti. Ed è una sensazione stranissima.
Come se la vita ti dicesse: "Preparati."
E tu rispondessi: "No grazie, non sono pronta."
Ero seduta in prima fila. Come quando andavo a scuola. Anche se nel mio caso non era per amore dello studio. Diciamo che senza occhiali dall’ultima fila riuscivo a vedere poco più di sagome umane indistinte. Quindi prima fila obbligatoria.
Ero lì. Pronta a non perdermi nulla. Nemmeno una smorfia. Nemmeno un sorriso. Nemmeno uno di quei denti che a sei anni sembrano sempre sul punto di cadere ma resistono appesi alle gengive come foglie d’autunno attaccate all’ultimo ramo. E mentre lo guardavo cantare, ballare e divertirsi con i suoi amici, mi tornavano in mente mille immagini.
Le crisi del primo inserimento. Le telefonate della scuola perché aveva la febbre. 🤒Le mattine in cui non voleva staccarsi. Le volte in cui si aggrappava alla mia gamba come se dovessi partire per la guerra.
E all’improvviso eccolo lì. Grande. Autonomo. Felice.
Pronto a un nuovo inizio.
E io di nuovo con gli occhi lucidi. Che novità.
Ma a pensarci bene non sono cambiati solo i bambini. Siamo cambiati anche noi. L’ho capito qualche settimana dopo. A Santorini. Durante l’addio al nubilato di una mia carissima amica.
Ricordo perfettamente una scena.
Eravamo su una barca. Tramonto spettacolare. Quello che sembra finto da quanto è bello. Noi sedute sui divanetti. A parlare. Di tutto. Di niente. Della vita.
Guardavo ciascuna di noi. Ognuna con il proprio percorso. Le proprie gioie. Le proprie fatiche. Le proprie battaglie.
E guardavo Deb. La sposa.
E pensavo una cosa. Non sono cambiati solo i nostri figli. Siamo cambiate anche noi. Perché quindici anni fa parlavamo di uscite. Di vacanze. Di feste. Di ragazzi.
Oggi parliamo di figli. Di lavoro. Di futuro. Di scelte. Di paure. Di sogni diversi.
E sapete una cosa? Mi piace.
Mi piace perché crescere non significa perdere qualcosa. Significa trasformarla.
E forse proprio questa è la parola che mi ha accompagnato per tutto giugno: adattamento.
Perché mentre noi cambiamo vita, il corpo fa la stessa identica cosa.
Sempre. Ogni giorno. Spesso senza che ce ne accorgiamo.
Lo fa una mamma. Lo fa un bambino. Lo fa un neonato. Lo facciamo tutti.
In queste settimane, ad esempio, siamo stati travolti da un caldo davvero importante.
E puntualmente in studio arrivano sempre le stesse domande.
"Come faccio a capire se il mio bambino ha caldo?"
"Devo coprirlo?"
"Le mani sono fredde, significa che sta soffrendo?"
E qui arriva una delle cose che ripeto più spesso. Le mani e i piedi non sono un buon indicatore della temperatura corporea. La zona migliore da osservare è la nuca.
Perché il sistema di termoregolazione nei bambini è ancora in maturazione. Eppure è molto più efficiente di quanto pensiamo.
Spesso tendiamo a coprirli troppo. A proteggerli troppo. A preoccuparci troppo. Quando basterebbe osservare. Ascoltare. Adattarsi. Un po’ come fanno loro.
E c’è un’altra cosa che il caldo non dovrebbe portarci a dimenticare. Il movimento.
Perché il corpo cresce attraverso l’esperienza. Sempre. Anche d’estate. Anche quando fa caldo. Ovviamente scegliendo gli orari migliori.
Ma il tummy time va fatto. Le passeggiate vanno fatte. Le biciclette vanno usate.
Le corse. I giochi. Le esplorazioni.
Perché il movimento è il linguaggio attraverso cui il bambino conosce il mondo. E costruisce sé stesso.
Ogni esperienza motoria crea connessioni. Ogni equilibrio perso e ritrovato insegna qualcosa. Ogni caduta. Ogni salto. Ogni pedalata.
Forse è proprio questo che mi ha insegnato giugno.
Che crescere non significa arrivare. Significa adattarsi.
L’ha fatto Pietro salutando la materna.
L’ha fatto la mia amica preparandosi a diventare moglie.
Lo fanno i bambini ogni giorno.
Lo fa il nostro corpo continuamente.
E forse dovremmo imparare a farlo un po’ meglio anche noi.
Perché ogni passaggio porta con sé una piccola nostalgia. Ma porta anche una possibilità.
Quella di diventare una versione nuova di noi stessi.
E alla fine, forse, la vita non ci chiede altro. Di continuare a cambiare. Senza avere paura di farlo.