foto famiglia al mare

  • 30 lug

Quello che i bambini cercano di dirci (e che spesso non ascoltiamo)

  • Giorgia Chiarello
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Luglio è stato un mese diverso. Poche vacanze lunghe, tante giornate semplici e una riflessione nata quasi per caso davanti a un litigio tra fratelli. Perché dietro un pianto, un capriccio o un sintomo c'è spesso molto più di quello che vediamo. E forse il nostro compito, come genitori e come professionisti, non è trovare subito una risposta, ma imparare ad ascoltare davvero.

Luglio, quest’anno, è stato diverso.

Diverso dagli altri anni.

Il motivo non posso ancora raccontarvelo e credetemi, per una come me che condivide praticamente tutto è uno sforzo enorme. Ho questa notizia dentro che scalpita per uscire.

È un po’ come quando esce il trailer di un film. Ti fanno vedere scene incredibili. Ti emozioni. Ti incuriosisci.

E poi…

Non hai capito assolutamente niente della trama.

Ecco.

Io in questo momento mi sento esattamente così.

Prometto che presto vi racconterò tutto.

Nel frattempo ci siamo goduti un’estate fatta di piccole cose. Quelle che, a pensarci bene, sono sempre le più belle.

Un po’ di mare. Un po’ di piscina. Qualche passeggiata in montagna. Qualche giornata a casa. Quelle giornate che, quando lavori tutto l’anno, sembrano quasi un lusso.

foto famiglia al mare

Una cosa però l’ho capita. I bambini, crescendo, cambiano il nostro modo di vivere anche le vacanze.

Mi ricordo quando trascorrere un’intera giornata al mare sembrava un’impresa impossibile. Biberon. Pannolini. Pisolini da rispettare. Sabbia ovunque. Il sole da evitare. Sembrava che ogni uscita richiedesse un’organizzazione degna della NASA.

Oggi invece arriviamo al mattino. Pranziamo sotto l’ombrellone. Restiamo fino a sera. E quasi non mi sembra vero.

Poi penso a qualche estate fa. E mi accorgo che è successo piano. Così piano che quasi non me ne sono resa conto.

Ed è forse questa la cosa più bella della crescita.

Succede mentre siamo impegnati a vivere.

Tra una giornata e l’altra siamo saliti anche in montagna.

Abbiamo fatto un percorso che molti vicentini conosceranno sicuramente. L’Excalibur, a Tonezza.

Una passeggiata semplice. Bosco. Aria fresca. Quelle temperature che a luglio sembrano quasi fantascienza.

Ci andiamo praticamente da sempre.

Quando Ettore era piccolo.

Quando Pietro ancora camminava poco.

Quando ogni dieci minuti dovevamo inventarci qualcosa pur di convincerli a fare altri cinquanta metri.

Guarda una farfalla.”

Chi arriva per primo?

Facciamo finta che ci inseguano i dinosauri.”

Insomma. Qualunque cosa pur di evitare il classico:

Mamma… prendimi in braccio.

Quest’anno invece è successo il contrario. Sono stati loro a correre avanti. A cercare sentieri. A voler esplorare.

E durante il picnic è successa una delle cose più belle della giornata.

foto fortino nel bosco

Con mio marito, i bambini e mia nipote abbiamo deciso di costruire un fortino.

Senza un motivo particolare.

Solo perché c’erano rami. Tronchi. Foglie. E tanta fantasia.

Li avreste dovuti vedere. Organizzavano i compiti. Trasportavano pezzi di legno enormi. Discutevano. Ridevano. Provavano. Sbagliavano. Ricominciavano.

Alla fine abbiamo fatto merenda sotto quel tetto di foglie costruito insieme.

E mentre li osservavo pensavo che, in fondo, i bambini imparano così. Facendo.

Non attraverso le spiegazioni. Ma attraverso l’esperienza.

Ed è una cosa che, da osteopata, mi capita di pensare molto spesso.

Perché il movimento è il primo linguaggio del bambino. Prima ancora delle parole.

Attraverso il movimento costruisce il suo corpo. Il suo equilibrio. La fiducia nelle proprie capacità.

Ogni tronco scavalcato. Ogni sasso. Ogni corsa. Ogni caduta. Sono esperienze che il cervello registra e trasforma in competenze.

Per questo dico sempre ai genitori di lasciare i bambini esplorare. Sporcarsi. Arrampicarsi. Muoversi.

Perché è proprio lì che stanno crescendo.

Ma la riflessione più grande di questo mese non è nata in montagna.

È nata… in piscina.

Sì.

Nel posto in cui normalmente il mio unico pensiero dovrebbe essere capire dove siano finite le ciabatte dei bambini.

Eravamo lì. Una giornata tranquilla.

A un certo punto Pietro scoppia a piangere.

Io faccio quello che probabilmente farebbe qualsiasi genitore. Guardo la scena. Vedo Ettore con un gioco. Vedo Pietro che piange.

E nella mia testa la diagnosi è immediata.

Sta piangendo perché il fratello non gli dà il gioco.

Caso chiuso.

Fine delle indagini.

E invece…

Mi sono fermata.

Non subito.

Lo ammetto.

Dentro di me è passato anche un enorme:

Ma dai… proprio adesso?

Perché anche noi genitori siamo umani.

Poi però ho aspettato. L’ho lasciato parlare. E piano piano è uscita la vera frase.

Non ricordo le parole precise.

Ma il senso era questo.

Mamma… oggi sei stata sempre con Ettore.”

E lì mi si è accesa una lampadina.

Non stava chiedendo il gioco. Stava chiedendo me.

Che differenza enorme.

Se mi fossi fermata al comportamento avrei pensato:

È geloso.”

Sta facendo i capricci.

Vuole sempre quello che ha suo fratello.”

Invece sotto c’era un bisogno completamente diverso. Aveva bisogno di sentirsi visto.

E quella scena mi ha fatto pensare tantissimo.

foto bambini in piscina

Proprio in quei giorni stavo leggendo un libro.

“La bambina perfetta” di Lucinda Berry. È un thriller. Molto intenso. Anche piuttosto crudo.

Ma al di là della trama, mi ha lasciato dentro una domanda.

Quanto sappiamo davvero guardare sotto la superficie?

Quanto ci fermiamo a osservare quello che una persona sta cercando di dirci?

Perché spesso vediamo il comportamento. Molto meno il bisogno.

E questa cosa succede continuamente anche con i neonati.

Piange. Saranno le coliche.

Si irrigidisce. Sarà il reflusso.

Non dorme. Avrà mal di pancia.

Abbiamo bisogno di dare subito un nome alle cose. Perché ci rassicura. È umano. Lo facciamo tutti.

Ma un sintomo è solo una parte della storia. Mai tutta la storia.

Ed è questo che cerco di spiegare ogni giorno in studio.

Quando arriva un neonato non guardo soltanto perché piange. Guardo la gravidanza. Guardo il parto. Guardo come cerca il seno. Come si rilassa tra le braccia dei genitori. Come si muove. Come appoggia la testa. Come reagisce quando cambia posizione.

Perché il corpo racconta sempre qualcosa.

Bisogna solo imparare ad ascoltarlo.

E a volte mi chiedo se, presi dalla voglia di essere genitori perfetti, non stiamo perdendo un po’ questa capacità.

Cerchiamo la risposta su internet. Nei reel. Nei forum. Nei libri.

Come se esistesse un pulsante da premere per far funzionare tutto.

Ma i bambini non sono computer. Non si resettano. Non seguono checklist.

Hanno bisogno soprattutto di una cosa. Presenza. Quella vera.

Perché se stai cercando di addormentare tuo figlio ma nella tua testa stai già rispondendo alle mail, preparando la cena o pensando alla lavatrice… in qualche modo lui lo percepisce.

I bambini hanno una sensibilità straordinaria.

Molto prima di capire le nostre parole, sentono dove siamo con la mente.

E forse è questo il regalo più grande che ci fanno.

Ci costringono a tornare nel presente.

Forse essere genitori non significa diventare bravissimi a trovare risposte.

Forse significa imparare a fare domande migliori.

Non:

Perché piange?”

Ma:

Che cosa sta cercando di dirmi?

Perché dietro un pianto può esserci un bisogno.

Dietro una rabbia può esserci una richiesta di attenzione.

Dietro un sintomo può esserci una storia.

E forse il nostro compito, come genitori e come professionisti, non è fermarci alla superficie.

Ma avere il coraggio di ascoltare quello che non viene detto.

Perché è proprio lì, spesso, che iniziano le risposte.

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