bambini che dormono in macchina

  • 07 apr

Bambini che si addormentano in macchina: e se non fosse davvero un problema?

  • Giorgia Chiarello
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Un ritorno a casa, due bambini addormentati in macchina e un pensiero che cambia prospettiva.
Tra routine, perfezione e aspettative, imparare a lasciare andare diventa il modo più vero per vivere la genitorialità.
Perché non tutto deve essere perfetto: a volte basta esserci, rallentare e godersi il momento.

Tra un sedile abbassato e una testa che cede, capisco che non serve fare tutto perfetto.

Mi ritrovo così, dopo una lunga giornata a Jesolo, nel nostro posto del cuore da sempre, a scrivere con ancora addosso quell’odore di sole, di sabbia, di pelle un po’ stanca e felice allo stesso tempo. Quelle giornate che inizi senza aspettative particolari e finiscono per riempirti più del previsto. In realtà tutto è partito da una scena che ormai conosco bene, ma che ogni volta mi fa lo stesso effetto.

I miei figli, sulla strada di ritorno, si sono addormentati. Come sempre, ma mai davvero “come sempre”. Bocca aperta. Testa che cede in posizioni improbabili. Scarpe tolte a metà, una sì e una no, come se anche i piedi a un certo punto avessero deciso di arrendersi prima del resto del corpo. Quell’abbandono totale che solo i bambini sanno avere. Quella fiducia lì, che si lasciano andare ovunque, senza chiedersi nulla. Vi allego una foto perché certe cose vanno documentate.

bambini addormentati in macchina durante il viaggio di ritorno

Torniamo a casa, strada lunga il giusto, con in sottofondo il nuovo disco di Blanco. E io a un certo punto penso: ma quanto è intenso questo ragazzo? Parte “Ma’ ” (la canzone che ha scritto per la sua mamma) e, non so se è un caso oppure no, Jesolo è sempre stato il posto del cuore della mia mamma. E mentre torno da lì, dopo due anni e mezzo senza di lei, parte proprio questa canzone. Coincidenze? Forse. Però ecco… oggi no. Oggi non ho voglia di rattristarmi 😜. Quindi facciamo che prendo il momento per quello che è, lo tengo lì, e vado avanti. Comunque tranquilli, non sto per aprire una rubrica musicale, torno subito al punto 🤣. 

A un certo punto guardo l’orologio. 17:30. E lì scatta quel meccanismo automatico che credo accomuni più o meno tutti i genitori: Ok… adesso dormono un’oretta e mezza… quindi stasera a che ora andranno a letto? E mentre lo penso, mi rendo conto che sto facendo di nuovo quella cosa lì. Quella dei conti. Quella delle previsioni. Quella del cercare di incastrare tutto perfettamente.

Poi mi fermo. E mi rispondo da sola: pazienza. Andranno a letto tardi. Amen. E non succede niente. 

E questa cosa, detta così, sembra banale. Ma dentro mi ha aperto un pensiero un po’ più grande. Quante volte sono rimasta in macchina ferma, anche mezz’ora, solo per farli finire di dormire. Con il motore spento, io immobile, a controllare il respiro, a sperare che non si svegliassero nel momento sbagliato. Quante volte ho cercato di rispettare alla perfezione le famose finestre di veglia

Quante volte mi sono detta “no, adesso non possiamo uscire, perché poi si sballa tutto”. E va bene così. Davvero. Ma forse… anche meno. Perché ultimamente mi sembra che siamo tutti un po’ dentro questa corsa silenziosa alla perfezione. Genitori impeccabili. Routine perfette. Merende perfette, possibilmente con tutti i nutrienti ben bilanciati, che se manca qualcosa sembra quasi che stai sbagliando tutto. E poi il sonno. Le posizioni. Gli ovetti. E guai a farli addormentare “nel modo sbagliato”. E questo lo dico io che sono osteopata, quindi teoricamente dovrei essere la prima a dirvi tutte le regole. Però posso dirlo? 

Anche meno. Anche meno schemi. Anche meno paranoie. Anche meno rigidità. 

E un po’ più spazio a quel momento lì. Quello che stai vivendo adesso. Quello che magari non è perfetto, ma è vero. Perché quel momento non torna. Accettiamoci così, imperfetti. Che poi è l’unico modo reale di esserci davvero.

E fatela quella passeggiata. Anche con un bimbo di due mesi. Anche se sarà scomodo. Anche se piangerà. Anche se a un certo punto penserete “chi me l’ha fatto fare”. Fatela lo stesso. Perché quella prima volta lì non torna più. E non deve essere perfetta per essere giusta. Ormai per noi è diventato quasi un rituale, quello delle scampagnate così, senza pensarci troppo. Anche perché, diciamocelo, hanno un grande vantaggio nascosto. Quando dormono… riusciamo anche a parlare. Sì, parlo di mio marito. Perché quando arriva un figlio, a volte non riesci nemmeno a finire una frase insieme. Altro che coppia. Diventi più una specie di organizzazione logistica con turni, orari e briefing continui. “Chi prende questo?” “Chi porta quello?” “Hai preso…?” “Dov’è…?” Poi invece capitano questi momenti. Silenzio. Strada davanti. Loro che dormono. E tu che, finalmente, torni a parlare. A ridere. A dirti anche cose inutili. E forse è proprio lì che ti accorgi che non serve che sia tutto perfetto. Serve solo esserci. E va bene così.

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